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ROCLAMIAMO LA TUA RISURREZIONE
Leggendo i quattro Vangeli in una
visione d’insieme, sono dieci le apparizioni
del Cristo
vittorioso sulla morte. Cinque nel giorno stesso della risurrezione: a
Maria Maddalena, alle pie
donne, a Pietro, ai due viandanti di Emmaus e ai discepoli nel Cenacolo,
assente Tommaso. Le
successive apparizioni si
verificarono: nel Cenacolo, otto giorni dopo alla presenza di Tommaso,
sulle rive del lago di Tiberiade, sul monte in Galilea per le ultime
consegne, in Gerusalemme a
mensa con gli Undici prima dell’ascensione e infine sul monte degli
Ulivi il giorno dell’ascensione.
Noi però non seguiremo cronologicamente gli eventi verificatisi nei
quaranta giorni durante i
quali il Signore si mostrò ai suoi discepoli, ma tenteremo di cogliere
il cammino di fede che essi
ebbero modo di percorrere sotto la guida del Risorto.
Ci proponiamo quindi di contemplare il grande evento della risurrezione
nell’intento di cogliere
la specifica dinamica che caratterizza la fede dal suo sorgere fino alla
piena maturazione. Partiremo
dall’ipotesi che i Vangeli
costituiscano dei manuali di iniziazione cristiana (*). Di conseguenza
esamineremo i racconti della risurrezione, considerando quale itinerario
spirituale compie il
catecumeno (vangelo di Marco), l’iniziato (vangelo di Matteo), il
testimone (vangelo di Luca) e il
perfetto (vangelo di Giovanni).
La crescente ampiezza da un Vangelo all’altro che assumono tali racconti
(basta scorrere il
numero dei versetti, per rendersene conto) indica come lo sviluppo della
fede si misura nel
confronto con il Risorto, senza peraltro dimenticare che, al pari d’ogni
esperienza di vita, quella
presentata da un evangelista si ritrova, anticipata o ripresa, nelle
pagine degli altri.
1. Il Catecumeno - Testo di Marco 16
Tra il v. 14 e il v. I5 del testo di Marco, antichi codici inseriscono
quanto segue:
«E costoro addussero a propria difesa: Questo secolo di iniquità e di
incredulità è sotto il
dominio di Satana, il quale non permette che ciò che è sotto il giogo
degli spiriti impuri concepisca
la verità e la potenza di Dio; rivela dunque fin d’ora la tua giustizia!
Questo dicevano a Cristo e

Cristo rispose loro: Il termine degli anni del potere di Satana è
colmo: e tuttavia altre cose terribili
sono vicine. E io sono stato consegnato alla morte per coloro che hanno
peccato, perché si
convertano alla verità e non pecchino più, perché ereditino la gloria
della giustizia spirituale e
incorruttibile che è nel cielo».
Ancora sotto lo shock della passione del Maestro, piene di smarrimento e
con il cuore che la
sofferenza aveva reso di sasso (cf Lc 24, 25), le donne si recano a
imbalsamare Gesù (v. 1). Lo
avevano conosciuto secondo la carne (2 Cor 5, 16) e guardavano a lui
ancora con occhi di carne
lontane dal supporre anche minimamente che il Crocifisso fosse stato
risuscitato (v. 6).
Per esse il
sepolcro è ancora sigillato: «Chi ci rotolerà via il masso
all’ingresso?» (v. 3). Allo stupore di fronte
alla tomba aperta, quasi fossero fuori di sé (il testo biblico parla di
«estasi», v. 8), si aggiunge il
timore quando l’angelo annuncia che Gesù Nazareno, il crocifisso, è
risorto (v. 6). Il messaggio è
sconvolgente, inatteso. Non è il caso però di indugiarvisi.
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Per una fede ancora in embrione, il
mistero della risurrezione è un orizzonte molto lontano, inquietante (Mc
9, 32: «al sentirne parlare,
non sapevano darsene una ragione»). Si deve procedere con gradualità ed
è sufficiente, per ora,
liberarsi dalla paura («non temete!» v. 6) e rifarsi alle parole di
Gesù: egli attende i discepoli in
Galilea, come aveva detto (v. 7. Cf Mc 14, 28).
Il catecumeno, colui che, chiamato alla fede, si prepara a celebrare il
battesimo e segue quindi
un’opportuna catechesi, deve disporsi alla sequela, perché solo
l’obbedienza vincerà il dubbio; deve
recarsi là dove Cristo si fa trovare («non è qui», v. 6); deve tornare
nella terra in cui mossero i primi
passi i seguaci del Signore; deve attendere che l’incontro personale con
lui («là lo vedrete», v. 7)
faccia maturare la fede nel suo cuore.
I Padri antichi rileggono simbolicamente il riferimento alla Galilea,
interpretando questo nome
come se significasse “rivelazione” o “trasmigrazione”. Cristo si sarebbe
rivelato in Galilea: lì ebbe
inizio lo splendore della grazia (incarnazione) e lì avrà inizio lo
splendore della gloria
(risurrezione). Trasmigrazione poi indica il passaggio del vangelo dai
giudei ai pagani, essendo la
Galilea una terra di confine. Tale passaggio altro non è che il processo
di conversione al quale sono
chiamati i catecumeni.
Le donne, dunque, nel cui animo si riflette la difficoltà di accogliere
non meno che di trasmettere
il messaggio della fede, percepito come cosa da iniziati – e questo
nonostante la lunga consuetudine
con il Cristo pre-pasquale –, fuggono sconcertate, piene di timore e di
spavento e non dicono nulla a
nessuno (v. 8).
A questo punto termina o si interrompe l’originario testo di Marco, ed
è, al di là di ogni
questione strettamente testuale, un dato significativo nella prospettiva
teologica in cui si pone il
primo (cronologicamente parlando) evangelista.
La risurrezione per il catecumeno è un mistero impenetrabile e
terrificante. In lui deve crescere
la fede e la fede deve tradursi in sequela. Il redattore del testo
definitivo del Vangelo, ha dato
compiutezza al racconto iniziale di Marco, ma non ne ha tradito
l’impostazione e, pur raccogliendo
elementi già noti dagli altri vangeli,
li ha piegati al suo intento.
Egli insiste, anzitutto, sulla persistente incredulità di fronte alle
manifestazioni del Signore,
disposte in un significativo crescendo: prima a Maddalena (v. 9), poi,
nell’altro e ormai definitivo
sembiante, ai due discepoli (di Emmaus) (v. 12) e, infine, ultima ma
anche suprema rivelazione,
durante la cena eucaristica (v. 14), dove ormai lo sguardo della fede
aveva avuto ragione della
cecità del cuore (cf Lc 24, 31-35). In un analogo crescendo, Marco
ripete per due volte che «non
credettero» (vv. 11; I 3) e, unico fra gli evangelisti, pone alla fine
sulle labbra di Cristo esplicite e
non attenuate
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parole di rimprovero: li rimproverò per la loro mancanza di fede e per
la durezza del
loro cuore («sclerocardìa», v. 14), da cui egli ora li può perfettamente
guarire.
Il biasimo di Gesù ha una precisa motivazione, che tocca un aspetto
essenziale del cammino di
fede del catecumeno: non credere a coloro che lo hanno visto risuscitato
(v. 14), non credere a
Pietro (v. 7), non credere alla Chiesa. Come potrebbe altrimenti
giungere alla fede, se non

accogliendo l’insegnamento dei primi e più autorevoli testimoni? «La
fede dall’ascolto» (Rm 10,
17).
Il testo che abbiamo sott’occhio non si cura di esporre le difficoltà
della fede, ma una variante
del brano che stiamo meditando ci illumina in proposito.
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Il mondo, ecco la giustificazione più
sottile e l’obiezione più ricorrente, è malvagio; come ci si potrà
convertire? Nel mondo non brilla la
giustizia di Dio: come si potrà credere? Cristo toglie ogni illusione.
Il Maligno è vinto, ma il male
non è scomparso. La fede si radica nel mistero della croce ed è alla sua
luce che si snoda il
cammino della sequela.
E’ però necessario che il catecumeno eviti due scogli. Considerare,
anzitutto, come qualcosa di
facoltativo l’assenso della fede: una libera scelta che, in definitiva,
lascia le cose come stanno.
No! Credere vuol dire salvarsi e non credere vuol dire essere esclusi
dalla salvezza: «Chi non
crederà sarà condannato» (v. 16. Cf Gv 3, 18-36). Credere, inoltre, è
inseparabile da un gesto
apportatore di grazia, il battesimo (v. 16), con il quale si viene
accolti nella comunità dei salvati
e si inaugura la propria esperienza ecclesiale.
La tentazione di autogiustificarsi, di puntare su una propria salvezza,
di considerarsi in regola
con un Dio costruito a propria immagine e somiglianza, è forte e
rovinosa. Al catecumeno occorre
dire che il suo peccato è lì, nel non credere, nel non uscire da
un’esistenza pur sempre ripiegata su
se stessa, nel non accogliere la lieta novella del vangelo, nel non
sapersi perdere, per ritrovarsi in
una dimensione superiore e migliore (Mc 8, 34-35).
Ma al catecumeno occorre anche dire che la fede non è esperienza
intimistica, affare personale,
bensì missione, annuncio: «Andate in tutto il mondo e predicate il
vangelo a ogni creatura» (v. 15).
Il Signore dà efficacia alla fede e ne conferma la pratica non meno che
l’annuncio con segni (vv.
17; 20), di cui l’evangelista offre un quadro suggestivo: «Ecco i segni
che accompagneranno i
credenti...» (vv. 17-18). I segni di cui parla Marco caratterizzano il
missionario itinerante
dell’evangelo, che affrontava viaggi impervi e pericolosi e veniva a
contatto con popolazioni
diverse e sconosciute. Essi sono documentati nella storia della prima
generazione cristiana.
Divenuto credente, anche il catecumeno potrà scacciare demoni, come
faceva il diacono Filippo in
Samaria (At 8, 7) o Paolo a Filippi (At 16, 18). Parlerà lingue nuove,
rivivendo l’esperienza
pentecostale per eccellenza (At 4, 4-11), che si era ripetuta per la
conversione di Cornelio (At 10,
46) e dei discepoli del Battista incontrati da Paolo a Efeso (At 19, 6)
e che costituiva una
caratteristica della comunità di Corinto (cf 1 Cor 12-14). Prenderà in
mano serpenti senza riceverne
danno, come Paolo a Malta, dove, in seguito a questo prodigio, fu
scambiato per un dio (At 28, 6).
Imporrà le mani ai malati, ottenendo la loro guarigione, come facevano i
discepoli (At 4, 30) a
cominciare da Pietro (At 5, 16) e dagli stessi diaconi (At 8, 7) fino ai
presbiteri della comunità (Gc
5, 14-15).
Nella loro apparente estraneità rispetto alla nostra esperienza, i segni
di cui scrive Marco parlano
un linguaggio di liberazione.
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E infatti, sulla scorta di Gregorio Magno, gli antichi commentatori
della Bibbia fanno notare che i segni dei quali parla il vangelo sono
«tanto più grandi quanto più
spirituali».
Il credente è un uomo liberato che si fa liberatore. Non a caso Marco,
unico fra gli
evangelisti, citando Maddalena, aggiunge a questo punto del racconto (v.
9) che Cristo aveva
cacciato da lei sette demoni, nel cui numero i Padri ravvisano il
riferimento ai sette vizi capitali.
Dischiuso il cuore dei discepoli ad accogliere il dono della salvezza,
Cristo li accompagna nel
cammino intrapreso, coopera con loro e ne sostiene l’impegno di
testimonianza e di annuncio (v.
20). A loro volta, i discepoli sono costantemente sollecitati a portare
la propria fede a efficacia di
vita.
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E’ giusto che essi ne prendano coscienza subito e con chiarezza: credere
dovrà essere un modo
nuovo di vivere. Vivere di fede (Rm 1, 17), per liberare il mondo dallo
spirito del male, per
combattere ogni dolore e portare sicurezza e comunione tra gli uomini (vv.
17-18).
Il catecumeno, che si era posto alla sequela di Cristo, sperimenta ora
che Cristo è insieme con lui
e lo segue nel santo viaggio.

Domande per l’attualizzazione del testo biblico:
1. Cristo è da me conosciuto ancora secondo la carne, e quindi
praticamente ignorato, emarginato
o addirittura perseguitato? Ricordare l’esperienza di Paolo in 2 Cor 5,
16-17.
2. Quali sono gli ostacoli (la grande pietra) che si frappongono in me a
una vita di fede? Quali le
mie paure, i miei dubbi, la mia sclerocardia?
3. Che cosa in me deve passare da una impostazione di vita pagana a una
autenticamente
cristiana: visione della vita, preghiera, rapporto con gli altri?
4. Come la mia fede supera la difficoltà della presenza del male nel
mondo e come mi sottraggo
all’influsso delle forze disgregatrici che operano nell’umanità?
5. La fede mi appare come qualcosa di facoltativo e come unica via di
salvezza? Sono tentato di
salvarmi da solo, con le mie forze, o voglio farmi salvare da Dio?
6. Quali sono i segni che concretamente accompagnano la mia fede? Sono
segni di vera
liberazione per me e per gli uomini?
P. Antonio Gentili - Barnabita
Note
1
L’atteggiamento delle donne si capovolge immediatamente in Mt e in Lc:
qui esse vanno a visitare il
sepolcro (Mt 28, 1), a cercare il corpo del Signore Gesù (Lc 24,
3). La prospettiva della risurrezione pervade
già il loro animo.
2
Come farà invece Mt, coerentemente alla sua impostazione: «Venite a
vedere il luogo dove era deposto»
(Mt 28, 6).
3
In Mt non ci sono parole di rimprovero neppure indirette (Mt 28, 17-18);
in Lc ricorrono espressioni di
rimprovero nei confronti dei due di Emmaus (24, 25), mentre verso i
dodici è ripreso l’atteggiamento di Mt
(Lc 24, 38ss); in Gv ricorre l’episodio di Tommaso, in cui Cristo sembra
sfidare l’apostolo incredulo (20,
27).
4
E’ intercalata tra il v. 14 e il v. 15 di Mc 16 e si trova nelle
migliori Bibbie (BJ, TOB).
5
La liberazione dalla schiavitù del Maligno è resa, in positivo, dal
ripristino dell’armonia originaria,
iniziatasi con il Risorto: la natura non è più ostile all’uomo (niente
veleno!), il mondo animale non gli si
ribella più (prendere in mano i serpenti) e la comunione tra gli uomini
è assicurata (parlare lingue nuove). Il
Demonio comincia a uscire dall’orizzonte del creato.
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Gaudium et spes 92/1451.
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