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Materiale RIPRODOTTO INTEGRALMENTE PER FINI DI STUDIO dal Sito Web http://digilander.libero.it/CalabryaMistery/nuova_pagina_2.htm .
L’abate Gioacchino Da Fiore
Celico
(Cosenza)
L’abate
Gioacchino Da Fiore (in una stampa del 1612)
La fama di santità e di profetismo
dell’abate Gioacchino trova testimonianza negli scritti e nell’arte figurativa
tramandata negli anni.Gioacchino da Fiore nacque a Celico, una piccola località
silana, tra il 1100 e il 1130 quando si costituiva il Regno Normanno, di cui
egli visse tutte le vicessitudini fino al suo tramonto e all’affermazione degli
Svevi con Enrico VI e l’imperatrice Costanza. La sua formazione fu prettamente
latina, lontana, dunque, dai monaci greci che in quel periodo avevano una
posizione predominante nella Calabria meridionale.Da
fonti scritte, appare fondata l’affermazione che egli da giovane vestì l’abito
monastico, forse meglio eremitico, e che sotto queste vesti, verso il 1148,
intraprese un lungo viaggio in Oriente visitando Costantinopoli, la Siria e la
palestina dove raccolse ampio materiale per la sua formazione ascetica e
scritturistica. La leggenda aggiunge che egli salì il Monte Tabor – il monte
della Trasfigurazione – e vi passò un’intera quaresima in una grotta in completo
digiuno, ricevendovi una rivelazione del Signore, o meglio, favorito da quel
“dono dell’intelligenza” attraverso il quale l’uomo riesce a decifrare il
messaggio divino della storia.Verso il 1152-53 Gioacchino entrò nel monastero di
Santa Maria della Sambucina, in territorio di Luzzi, che in quel periodo dai
Benedettini passava ai Cistercensi, e dopo circa un anno cominciò a predicare la
parola di Dio con quel fervore mistico che sarà la sua caratteristica. Si recò,
quindi, a Bucita e poi a Corazzo, dove venne ordinato sacerdote dall’abate
Colombano.
Intorno il 1182 si recò a Casamari e
qui mise mano alla composizione delle sue tre opere principali: Concordia del
Nuovo e dell’Antico Testamento, Commento all’Apocalisse, Salterio dalle dieci
corde. Gioacchino era dedito alle Scritture. In particolare, dirigeva le
attività amanuense, di trascrizione dei manoscritti, e davanti al Papa Lucio III
e al suo Concistoro era solito esporre le Scritture e fornire interpretazioni
bibliche originali. La sua originalità esegetica gli fece conquistare la stima
del Papa, il quale, derogando alla Regola cistercense, gli concesse di mettere
per iscritto le sue idee: cosa che egli cominciò a fare a Casamari. Al suo
ritorno in Calabria, egli riscontrò una certa ostilità nell’ambiente monastico
che lo accusava di perdersi dietro vane gealogie mistico-allegoriche e in false
profezie. Le voci calunniose arrivarono fino alla Sanata Sede, ma il Papa Urbano
III mantenne la stessa linea di benevolenza del suo predecessore e gli rinnovò
l’autorizzazione a scrivere, rimandandolo in Calabria con parole di
incoraggiamento. E così anche Clemente III, successore di Urbano, il quale lo
esortò a portare a termine le sue opere esegetiche.
Successivamente, Gioacchino
maturò l’idea della Congregazione Florense, che poi realizzò con la fondazione
del Protocenobio di Fiore i cui resti sono appena visibili in località Fiore
Vetere (il protocenobio, distrutto da un incendio nel 1214, fu ricostruito più
a valle, in una località poi detta Fiore Nuovo, dove tuttora esiste, restaurato,
l’Archicenobio dell’ordine florense).
Nel 1200 egli scrisse il suo
testamento con l’elenco delle sue opere, da sottomettere al giudizio della Santa
Sede. Nel 1201 si recò a Fiumefreddo per ricevere da Simone di Mamistra la
donazione del diruto monastero basiliano di Fonte Laurato, che divenne, per
importanza, il secondo monastero florense.
Nel 1202 si recò a Canale dove
era in costruzione il monastero di San Martino di Giove, che è l’ultima delle
sue fondazioni. Qui morì il 30 marzo del 1202 e fu sepolto nella chiesa
abbaziale da dove nel 1226 fu trasferito solennemente al protocenobio di san
Giovanni in Fiore.
Fama di santità.
Gioacchino da Fiore incarna in
pieno il temperamento bruzio, forte ed elastico, a volte duro, ma sempre sincero
ed affettuoso. Con San Francesco d’Assisi ha molti punti in comune: spirito di
penitenza, fortezza di carattere, amore alla solitudine, dono della profezia,
distacco completo dalle cose del mondo, opposizione ai potenti della terra e
oprressori dei popoli.
Era molto attaccato allo spirito di
Santità, come ricorda il biografo Luca Campano, suo discepolo, il quale, quando
lo conobbe si meravigliò che un uomo di tanta fama indossasse vesti vecchie e
consumate. Lo stesso biografo, inoltre, narra di come Gioacchino mantenne
sempre un contegno forte e dignitoso verso i potenti: a Riccardo Cuor di Leone
disse francamente che la sua crociata non sarebbe approdata a nulla. Secondo
Gioacchino, infatti, poiché nel disegno di Dio tutti i popoli sono destinati
alla conversione (anche gli ebrei e i musulmani) non sono leciti il disprezzo,
la persecuzione e la violenza a motivo della religione: “Riponi - ammonisce
Gioacchino - la tua spada nel fodero. Infatti non si deve combattere così per la
Verità, bensì maggiormente con la preghiera e il digiuno”.
All’imperatrice Costanza, che
voleva confessarsi da lui, disse risolutamente: “Poiché io in questo momento
occupo il posto di Cristo e tu quello di Maria Maddalena penitente, scendi dal
tuo trono e siedi sulla terra, altrimenti io non ascolterò la tua confessione”.
Alla fama di santità si
accompagna quella dei miracoli. Il biografo Luca afferma di averlo visto davanti
al Crocifisso, con le braccia aperte a forma di croce e col volto illuminato,
come se parlasse con Lui. Dopo la morte i miracoli si moltiplicarono e a San
Giovanni in Fiore si conservavano le relazioni di molti prodigi.
Il Profetismo.
L’indicazione
del giubileo come l’anno “in quo omnis poenitens egreditur liber” si deve
proprio a Gioacchino da Fiore, attento esegeta biblico e finissimo comparatore
delle Sacre Scritture. Studiosi e critici di tutto il mondo, infatti, sono
concordi nel riconoscere l’influsso gioachimita alle origini del primo Giubileo
del 1300, quando Bonifacio VIII sanzionò con Bolla del 22 febbraio 1300 il
Giubileo dei Cristiani.
Tanto in vita che in morte l’abate
Gioacchino ha goduto di fama incontrastata di profeta. In un’antifona dei vespri
viene ricordato “spiritu dotatus prophetico”, che Dante traduce alla lettera
quando nel Canto XII del Paradiso a San Bonaventura fa proclamare “…e lucemi da
lato/ il calavrese Gioacchino/ di spirito profetico dotato”. Gioacchino fu
autore di studi sulla Bibbia, e specialmente sull’Apocalisse, dai quali trasse
argomento per profetare il prossimo avvento di un’età di rigenerazione morale
per la Chiesa e per l’umanità. Profezie che alla Chiesa non piacevano.
Le sue tesi di dottrina
trinitaria contrapposte a quelle del teologo parigino Pietro Lombardo furono
rigettate dal concilio lateranense del 1215. Questo non significò un giudizio di
eresia nei suoi confronti e nei confronti del suo ordine. Anzi, il Papa Onorio
Terzo, con due bolle, una del 1916 e l'altra del 1220, proclamò in modo
ufficiale l'ortodossia di Gioacchino da Fiore e la sua fedeltà.
Dante lo colloca tra i
sapienti nel cielo del Sole. infatti, le opere dell’abate calabrese facevano
parte del patrimonio culturale di tutti gli uomini appena dotti del Medioevo.
La Visione Apocalittica.
Per
l’Abate Calabrese, il quale condivideva la visione apocalittica degli autori del
suo tempo, il controllo di Dio sulla Storia è totale e completamente
predeterminato. Secondo questa concezione, la storia non è una successione
casuale di eventi, bensì la rappresentazione del conflitto tra bene e male, che
porta a una conclusione definitiva: una fine che non è il frutto del processo
storico abbandonato a se stesso, ma è legata alla natura predeterminata del
piano divino. Il messaggio profetico delle sue opere è come un invito alla
speranza in un futuro migliore. Egli, infatti, rivisitando la storia, ne rivela
la sua progressiva evoluzione spirituale, pur fra lotte e prove dolorose, verso
l’edificazione di una società in cui si vive e ci si organizza in spirito di
Verità, secondo i valori della vera pace e della giustizia, della piena libertà
e della fraterna solidarietà.
Ecco dunque spiegata
l’attualità del messaggio di Gioacchino il quale attraverso le sue opere
ripropone le ragioni di una nuova speranza, offrendo risposte al profondo
bisogno dell’anima contemporanea di comprendere i “segni dei tempi”.
L'iconografia Gioachimita.
L’opera di Gioacchino è un
universo di simboli, letterari e pittorici, dai quali traspaiono i momenti
cruciali dell’avventura spirituale dell’umanità. Spesso più che rappresentazione
esplicativa di un pensiero già definito e concluso, le figure costituiscono una
specie di laboratorio della ricerca concettuale, dove la conoscenza si organizza
e si approfondisce in una molteplicità di nessi e di richiami. La simbologia e
la tensione profetica di Gioacchino da Fiore, modulate e diffuse attraverso il
particolare gioachinismo dei Francescani Spirituali, hanno improntato la Divina
Commedia, in cui gli apporti gioachimiti vanno ben al di là della famosa
citazione “…e lucemi dà lato/ il calavrese abate Gioacchino/ di spirito
profetico dotato”. Alcuni
esempi si trovano nella figura del veltro liberatore e innovatore della Chiesa e
della società cristiana (Inferno I); nell’immagine dell’aquila ingigliata
(Paradiso XVIII – XIX – XX); nei Cerchi trinitari ( Paradiso XXXIII);
nell’ordinamento del Paradiso dantesco e nella visione della candida Rosa in cui
si riflettono puntualmente la simmetria e la gerarchia del Salterio Decacorde
del Libro delle Figure ( Paradiso XXXI).
Il Libro delle Figure
a cura del Prof. Salvatore Oliveti.
È la più bella ed importante
opera di teologia figurale e simbolica del Medio Evo.
Le figure, concepite e
disegnate da Gioacchino da Fiore in tempi diversi, vennero radunate nel
Liber Figurarum nel periodo immediatamente successivo alla sua morte,
avvenuta nel 1202.
In esse è perfettamente illustrato il
complesso ed originale pensiero profetico dell’abate florense, basato sulla
teologia trinitaria della storia e sulla esegesi concordistica della Bibbia.
Le riproduzioni sono tratte
dal codice di Reggio Emilia, prodotto in uno Scriptorium Calabrese,
probabilmente quello dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore, nella prima metà del
XIII secolo.
Secondo stato:
l'Età del Figlio
Terzo stato:
l'Età dello Spirito Santo
La Trinità della Persona è
suggerita dalla distinzione dei Cerchi
Verde:
il Padre, creatore della natura
Azzurro:
il Figlio, disceso dal Cielo
Rosso:
lo Spirito Santo, che è Amore.
L'Unità della Sostanza Divina è
indicata dal "cuore" ovale dell'immagine, che è comune ai tre cerchi.
Il tetragramma IEUE: I
(Padre) - E (Spirito Santo) - U (Figlio) - E (Spirito
Santo.
Lo Spirito Santo procede sia dal
Padre (IE) che dal Figlio (CE)
Da
questi cerchi trinitari Dante trasse la sua raffigurazione della Trinità nella
celebre immagine del Canto XXXIII del Paradiso.
*Re
della Nuova Babilonia (Enrico IV)
Le
quattro ruote sono intersecate dalle circonferenze di due ruote più grandi e
concentriche al cui centro domina la Carità.
Nello spazio circoscritto tra queste due grandi ruote centrali si svolgono
raffronti allegorici e concordistici tra Gerusalemme, figura di salvezza e di
liberazione, e Babilonia, figura di perdizione e di schiavitù:
Gerusalemme:
città celeste
Gerusalemme:
Vergine dedicata a Cristo
Leggere dal basso in
alto e poi dall'alto in basso in senso orario seguendo i tornanti della figura.
Abramo, padre di Israele, era
originario della città caldea di Hur assoggettata a Babilonia, "madre di
fornicazione" (1 ° tornante). I suoi discendenti subirono la schiavitù
d'Egitto (2° tornante), dovettero combattere contro i Siri e i Filistei
(3° tornante) ed infine godettero in pace il frutto della vittoria nella
Gerusalemme di Davide (4° tornante, apogeo della pianta), luogo della
Pace e della Gloria. In
seguito, dopo un secondo conflitto con Siri e Filistei (5° tornante)
ricadono sotto il dominio degli Egiziani (6° tornante) e dei Caldei
(7° tornante) ripiombando così nuovamente nella schiavitù di Babilonia
"madre di fornicazione".
Leggere dal basso in alto e poi
dall'alto in basso in senso orario seguendo i tornanti della figura.
Sorta
dal seno della Roma pagana. qui equiparata all'antica Babilonia, dopo una lunga
persecuzione ad opera di Giudei e di Pagani, la Chiesa Cattolica, sposa di
Cristo, viene glorificata nella pace con Papa Silvestro e 1' imperatore
Costantino (Apice della Figura).
Con percorso inverso e
parallelo, Essa decade poi attraverso le guerre dei Goti (Ostrogoti e
Longobardi), il protettorato dei Galli ( i Franchi) e l'assoggettamento
all'impero degli Alamanni (gli imperatori tedeschi) ancora in atto ai tempi di
Gioacchino, ricadendo in uno stato di nuova cattività babilonese.
Il raffronto con la simmetrica
tavola XVI, identica nell'impianto iconografico, evidenzia le seguenti coppie di
concordanze bibliche e storiche:
Al
tornante inferiore della Figura si legge:
Al tornante superiore:
La
figura va esaminata a scomparti, da sinistra a destra, in senso orizzontale.
Fregio
inferiore:
i sette secula dell'Età del Padre.
Durante i primi sei tempi (secula) da Adamo fino a Giovanni il Battista,
Dio Padre ha operato nella legge e attraverso i profeti, esigendo una perfetta
servitù.
Nel settimo tempo Egli ha liberato i suoi fedeli dalla servitù della legge per
opera dello Spirito Santo, che nella Trinità procede dal Padre e dal Figlio e
dal Padre è in tal caso inviato. Questo settimo seculum segna un primo
avvento dello Spirito Santo e coincide con una prima Fase Sabatica della storia,
in cui il Padre riposa dalle opere del Primo Stato.
Fregio
superiore: i sette tempora dell'Età del Figlio.
Durante i primi sei tempi il Figlio, Maestro Universale, che nella Trinità
procede dal Padre e dal Padre è stato inviato sulla terra, ha preteso dai suoi
fedeli la perfetta osservanza della dottrina. Nel settimo tempo i1 Figlio
concederà ai suoi fedeli l'abbondanza dell'Amore e la piena libertà della Grazia
per opera dello Spirito Santo che nella Trinità procede dal Padre e dal Figlio e
dal Figlio sarà inviato sulla terra.
Parte
centrale: le sette Età del mondo.
In ogni giorno della Creazione è significata un'epoca della Storia. Dio crea il
mondo durante i primi sei giorni e riposa nel settimo, detto Sabato.
Analogamente le prime sei età della storia trascorrono nella fatica e nel
travaglio. La settima. conclusiva, si svolgerà nella Pace e nella Libertà. In
essa opererà pienamente lo Spirito Santo.
L'Età del Padre comprende le prime cinque Età del mondo, da Adamo ad Ozia. L'Età
del Figlio, che per Gioacchinu volgeva ormai alla fine, coincide con la Sesta
Età del mondo. L'Età dello Spirito Santo coincide con la Settima ed ultima Età
del mondo.
Si noti
il profilo slanciato della lunga tromba, che rappresenta la incalzante
successione degli annunzi profetici nel corso dell'intera storia della salvezza.
La
tromba sfocia nel Terzo Stato ed è rivolta verso l'Eternità, raffigurata nello
spazio verticale a destra come Octava Etas, che inizierà con la resurrezione dei
morti.
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