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San
Francesco di Paola, il Santo taumaturgo e la sua leggenda.
Paola
(Cosenza)
Paola
fu patria di san Francesco, istitutore dell'Ordine dei Minimi. Patrono della
Calabria, qui nato il 27 marzo 1416. Intorno a questa grande figura
mistica si sviluppa il destino stesso di questa località. Il Santo viene spesso
raffigurato con uno scudo gentilizio sopra il capo o il petto, sul quale si
legge la scritta “Charitas”, un emblema che si riferisce a una
visione angelica avvenuta mentre egli si trovava assorto in preghiera. D’un
tratto, racconta la cronaca del discepolo Giovanni da Milazzo, gli comparve
davanti l’Arcangelo Michele, il quale brandiva uno scudo sul quale campeggiava
uno stemma meravigliosamente colorato e circondato da raggi di luce, al centro
del quale si leggeva appunto la parola “Charitas” scritta a
luminose lettere d’oro. L’Angelo porse lo scudo a Francesco e gli raccomandò di
farne lo stemma del proprio ordine. L’invocazione alla carità ricorse, da quel
giorno, con molta frequenza sulle labbra del Santo, la cui festa si celebra qui
il 2 aprile. La casa madre dell'Ordine sorge nel luogo dove Francesco tredicenne
si recava a pregare; nel 1435, nei pressi del suo romitaggio venne edificata la
prima chiesa detta di Santa Maria degli Angeli. a cui si aggiunsero piccole
costruzioni per accogliere i tanti discepoli che si raccoglievano intorno al
frate. Gli ampliamenti della chiesa, iniziati nel 1452, vennero bruscamente
interrotti a causa delle scorrerie piratesche che minacciavano le coste
calabresi e solo più tardi, per opera della figlia del viceré Pedro da Toledo,
la struttura conventuale si ampliò assumendo l'aspetto che ancora oggi mantiene.
I primi conventi dei Minimi costruiti in Calabria videro la presenza diretta e
il lavoro del santo; di questo periodo rimangono le testimonianze nelle tante
leggende e nei racconti popolari che lo videro protagonista. Nel 1483, all'età
di sessantasette anni, Francesco è costretto, per volere del papa Sisto IV, a
lasciare la sua Calabria per raggiungere la corte del re di Francia Luigi XI. Il
sovrano era gravemente ammalato e, avendo saputo dei miracoli e delle guarigioni
operate dal frate calabrese, aveva voluto portarlo presso di sé nella speranza
di riacquistare la salute. A malincuore Francesco partì e raggiunse via mare la
Francia; quando sbarcò sulle coste a est di Tolone, trovò le città flagellate da
una grave pestilenza e lì compi il primo miracolo guarendo i cittadini di Frejus,
che ancora oggi lo venerano come santo patrono. Una volta giunto alla corte di
Tours la sua fama di taumaturgo l'aveva preceduto; il delfino Carlo, il futuro
Carlo vili, gli andrà incontro ad Amboise per condurlo a Plessis-les-Tours, una
residenza reale dove Luigi Xl giaceva gravemente ammalato e ormai prossimo alla
morte. Il biografo Vladimir d'Ormesson racconta che in quell’occasione «le
Saint accomplit le plus beau, le plus charitabl de ses miracles»: infatti
l'anziano re non voleva sentire pronunciare «le cruel mot de mort» e si
rifiutava di mettere in ordine le faccende del regno per la sua successione. Il
frate calabrese, restò solo col terribile sovrano e gli parlò a lungo, fin
quando riuscì a fargli accettare l'idea che fosse venuto il momento di lasciare
il regno al figlio Carlo e di abbandonare in pace la vita terrena. Luigi XI
ritrovò la pace, fece chiamare i suoi segretari, dettò le ultime disposizioni,
consegnò il sigillo reale al Delfino e il 30 agosto morì serenamente. Da quel
giorno Francesco restò alla corte dei re di Francia fino alla sua morte,
avvenuta a Plessis-les-Tours nel 1507. Nonostante fosse in stretta familiarità
ccon i potenti, tanto che il re Carlo Vin volle dare il nome del santo al
suoprimo figlio maschio. Francesco non tradì il suo ideale di vita e continuò a
digiunare e a fare penitenza secondo le regole del rigoroso vegetarianesimo
dell'Ordine, chiedendo di vivere non fra gli agi del Palazzo Reale, ma in un
piccolo romitorio. La fama di Francesco era dovuta soprattutto ai suoi miracoli
assai strepitosi e di cui si andava parlando sia fra il popolo che fra la
nobiltà, ma molti di questi fatti considerati miracolosi sono eccezionali non
tanto per l'aspetto soprannaturale e taumaturgico, ma per il forte senso di
giustizia che li animava.
Brevi cenni biografici
Il miracolo dell’attraversamento dello stretto sul mantello. La fama della sua santità inizia nel 1435, quando decide di ritirarsi in un terreno di proprietà della sua famiglia, suscitando grande stupore fra i concittadini per l’austerità della sua vita. Saranno anni che lo forgeranno alla contemplazione, al lavoro, alla solitudine e alle privazioni e mortificazioni corporali. Ben presto iniziarono ad affluire al suo eremo molte persone, desiderose di averlo come guida spirituale e di condividere lo stesso austero genere di vita. Con i primi discepoli, egli costruisce alcune cellette ed una minuscola cappella, ove si radunano in preghiera. Questi romiti di Paola, vestiti di sacco e privi di ogni umano conforto, diventano promotori di chiese e conventi in tutta la Calabria, e anche in Sicilia, a Milazzo. All’espansione in Sicilia, e in particolare, al passaggio dello stretto di Messina, è legato un miracolo che avvicinerà per sempre la figura di Francesco di Paola alla gente di mare: si recò sulla sponda calabrese dello stretto in compagnia di due discepoli, qui il Santo chiese ad un barcaiolo, tal Pietro Colosa, di traghettarlo “per amor di Dio” sulla sponda siciliana. Il barcaiolo si rifiutò di farlo senza un compenso e il Santo, non perdendosi d’animo, stese il suo mantello sull’acqua e vi montò sopra con i suoi due compagni. Così, spinto dolcemente dalla corrente e aiutandosi col suo bastone a mo’ di remo, approdò in Sicilia. Il viaggio di San Francesco. Quando nel luglio del 1482 i nobili inviati da Re Luigi XI raggiunsero Francesco nel romitorio, con la missione di convincerlo a raggiungere la corte di Tours, il frate non se la sente di accettare. Ma le continue pressioni del re francese sul Re Ferrante di Napoli e Papa Sisto IV fanno in modo che Francesco si decida. E dopo sette mesi di intenso scambio di note, istruzioni, ambascerie fra Tours, Roma, Napoli, Paterno, il frate parte in compagnia di uno dei suoi fraticelli e i nobili francesi. La prima destinazione è Napoli: un viaggio lungo 25 giorni, poiché Francesco aveva imposto il suo stile di viaggio, senza carro né cavallo. La strada intrapresa da Francesco fu quella che fino a non molti anni fa era ancora la direttrice principale nel collegamento Calabria-Napoli: attraverso la Valle del Crati fino al Pollino, poi Lagonegro, Salerno, Napoli. Un viaggio durante il quale Francesco compì numerosi prodigi. Giunto sul Pollino, sapendo che non avrebbe più rivisto la sua terra, Francesco si raccolse in preghiera e si voltò verso la Calabria, benedicendo. Era scalzo e sulla pietra dura s’incise miracolosamente l’impronta dei suoi piedi. Viaggiò come aveva sempre fatto, chiedendo asilo per l’amor di Dio, e per ringraziare una coppia di sposi che l’aveva accolto nella sua casa a Polla, al momento di ripartire tracciò su una parete il suo sembiante, un “autoritratto” che lasciò strabiliati i presenti. Per canali misteriosi, la notizia che il frate dei miracoli era in viaggio si sparse e in ogni centro una folla di signori e di miserabili aspettava Francesco. La tradizione riferisce di una miracolosa guarigione operata a Cava dei Tirreni: una nobildonna fu sanata e le fu anche predetto avrebbe finalmente avuto dei figli. Quando giunse a Napoli, Francesco fu accolto come un dignitario della Chiesa da re Ferrante e i suoi figli, mentre una gran folla faceva ala. A Napoli Francesco si ferma molti giorni. Il re è interessato a migliorare le relazioni con la Santa Sede e con la Corte di Francia, ma è anche interessato ad ottenere la benevolenza di un frate che ha già conquistato il cuore dei suoi sudditi. Tra alcune leggende e testimonianze circa le attenzioni che Ferrante riservò all’ospite, spicca un episodio. Il re, sapendo dell’austero regime di vita di Francesco, gli fa preparare, alla corte, un piatto di pesci. Il frate allora, miracolosamente, richiama in vita i pesci ed ammonisce Ferrante a liberare i prigionieri politici di cui sa che le vecchie segrete napoletane sono piene. Da Napoli, via mare, fino alla foce del Tevere, il frate raggiunse poi Roma, sempre accompagnato dalla missione francese. Anche qui Francesco viene accolto calorosamente. L’incontro con Sisto IV è importante perché il papa comprende che il frate può essere un diplomatico di prim'ordine e comunque avrà familiarità con Luigi XI. A lui, Francesco parla anche delle comunità che ha creato, dei problemi connessi all’inserimento nella Chiesa con un ruolo chiaro dei suoi seguaci. L’arrivo in Francia è trionfale. L’accoglienza è degna di un papa. E anche in questa terra Francesco compie prodigi. A Tolone, a Bormes, a Fréjus guarisce gli appestati. Appena giunto a corte, Francesco dice chiaramente che non intende rompere il suo stile di vita, al quale si è sempre mantenuto fedele. Il re dà subito disposizioni perché venga realizzato l’eremo di Plessis-du-Parc e Francesco, nell’eremo, si costruisce la sua celletta. Il re di Francia, inoltre, fa in modo che le richieste del frate sulla sistemazione e sul riconoscimento della sua organizzazione vengano accolte dalla Santa Sede. Il rapporto che s'instaura fra il re e il frate è singolare. Luigi XI è ossessionato dalla morte. Il re esige la guarigione da Francesco. Nei primi tempi, fra di loro c’è un’interprete, poi - stando a testimonianze precise - Luigi prende l’abitudine di trascorrere delle ore nella cella del frate, senza interprete. Talvolta il sovrano si spazientisce, presta l’orecchio allo scetticismo interessato dei medici di corte e tempesta di messaggi il Papa: che Sisto IV costringa il frate a compiere l’atteso miracolo. E il papa, a sua volta, scrive a Francesco, raccomandandogli quel re impaziente e sospettoso. Francesco, ancora una volta, il miracolo lo fa. Ma non è quello di cancellare l’apoplessia, bensì quello di preparare Luigi XI a morire da re cristiano: “Quest’uomo di Dio mi ha ridato la pace e la fiducia, per cui muoio tranquillo”, dirà ai suoi figli pochi giorni prima di morire. Quando Luigi muore e diventa reggente Anna, in attesa che Carlo VIII sia maturo per il trono, Francesco è, di fatto, un consigliere della corona. Le preoccupazioni più vive del frate oramai vecchio, riguardano la definitiva sistemazione dell’ordine in seno alla Chiesa. Scrive e riscrive la regola e la sua ansia si placa soltanto quando Giulio II emette la bolla definitiva. Il giovedì Santo del 1507 fu colto dalla febbre. Capì che era alla fine del suo viaggio terreno. Raccolse tutti i frati, chiese perdono a tutti, li abbracciò e li baciò uno a uno. Fece la comunione e nel pomeriggio volle assistere al rito della lavanda dei piedi. Il giorno dopo, 2 aprile, designò il suo successore (padre Bernardino Otranto da Cropalati), chiese che gli leggessero la Passione di Cristo secondo Giovanni e si spense intorno alle dieci del mattino. Il corpo, dopo i solenni funerali, fu seppellito sotto il pavimento della chiesa del convento di Plessis-du-Parc (o Plessis-les-Tours), ma dopo una dozzina di giorni, per paura che le infiltrazioni d'umidità (il fiume Cher scorreva vicino) potessero danneggiare la sepoltura, la contessa d’Angoluleme, dopo aver fatto predisporre un sarcofago di pietra, fece riesumare la salma costatando, con stupore, che il corpo del frate era incorrotto. I processi di beatificazione furono ordinati da Papa Giulio II nel 1512. Fu Leone X che il primo maggio 1519, con la bolla Excelsus dominus annoverò Francesco fra i Santi. La sua immagine, impostasi in un’epoca difficile, di contrasti aspri, di profonde lacerazioni religiose, era destinata a diffondersi in tutto il mondo Cattolico come simbolo di una Chiesa militante e solo spiritualmente ricca. Nell’aprile del 1562, quando gli Ugonotti presero Tours, una loro banda saccheggiò la chiesa del convento e, violato il sarcofago, bruciarono il corpo del Santo. Dal rogo furono salvate, dai fedeli, solo poche reliquie che tornarono in Calabria dopo quasi quattro secoli. Si trattò di un barbaro e inutile tentativo di vendetta contro il Santo Cattolico, la cui straordinaria vicenda era iniziata nel 1416, a Paola, sul tirreno cosentino.
San Francesco aveva un agnellino di nome Martino, bianco e riccioluto. Il buon frate lo amava enormemente perché in lui vedeva il simbolo della bontà e della mitezza. Ogni giorno Francesco andava per le campagne per assistere i poveri e i malati, camminava senza mai stancarsi fra i monti e le fiumare; alla sera, quando si affacciava sull'uscio del suo ricovero, subito chiamava l'agnellino che, come un cane fedele, si avvicinava per dargli il benvenuto. Tutto il giorno Martinello brucava la tenera erba dei prati intorno al convento dove frate Francesco viveva; libero di correre o di riposare al fresco di un grande albero, l'agnellino aspettava pazientemente il ritorno dei buoni frati e alla sera quel momento di gioco con il piccolo animale era un modo per rendere meno severa la solitudine imposta dal loro Ordine. Il santo usava prendere in braccio l'agnellino che belava sommessamente e, accarezzandogli il pelo morbido con la mano diceva: «Come va, Martinè? Hai passato bene la giornata?» e intanto pensava che quella bestiolina era l'immagine stessa di Nostro Signore Gesù buono e mite, incapace di difendersi dal male di questo mondo. Un giorno Francesco andò a far visita ai malati, perché era scoppiata una terribile epidemia e c'era bisogno di prendersi cura di tanta gente sofferente; come sempre Martinello rimase solo a brucare l'erba e a scoprire la bellezza di quel mondo fatto di campi fioriti che circondava il convento. L'agnellino era curioso come un bambino e siccome era abituato alla presenza amorevole degli uomini, quando scorse degli operai accanto a una fornace di calcina si avvicinò belando convinto di ricevere le stesse carezze che ogni sera aveva dai frati. La fornace ardeva e gli uomini alimentavano il fuoco con grandi fascine. «Guarda che bell'agnellino!», disse uno di loro, «Deve essere bello grasso!» e in men che non si dica Martinello fu preso, scannato e cotto alla brace con finocchio e rosmarino selvatico. Quando alla sera stanco per la dura giornata, san Francesco rientrò al convento, chiamò inutilmente il povero agnellino. «Martinè... Martinè...», gridava ad ogni angolo dell'orto il buon frate, «Martinè... Martinè..». L'eco restituiva la sua voce, al di là del torrente, al di là del muretto a secco, al di là della quercia grande, ma il belato dell'agnellino non si udiva. Francesco prese a vagare per i campi disperato perla sorte del suo piccolo amico. «Lo avranno sicuramente mangiato», pensò con un gran peso nel cuore. Intanto nella fornace ardevano gli ultimi tizzoni e i resti del passo degli operai. Francesco camminando alla luce della luna scorse in lontananza la calcinaia e si avvicinò nella speranza che vi fosse qualcuno capace di dare qualche indicazione sul suo agnellino; quando fu sull'ingresso capì quello che era accaduto e per un istante restò all'esterno per piangere la sorte della bestiola. All'improvviso il santo, con la forza inattesa del suo grande cuore chiamò forte: «Martinè... Martinè...». Subito per miracolo si udì un belato e il suo bianco amico uscì intatto dalla fornace. Francesco si chinò per accarezzarlo. Martinello si strofinò amorevolmente alla sua barba bianca e insieme ritornarono al convento.
San Francesco e il campanaro.
Padre Francesco dopo tanto lavoro
era riuscito a costruire la sua chiesa: tre anni c'erano voluti, ma alla fine in
quella verde valle accanto al fiume sorgeva il segno della presenza di Dio.
Tutti avevano lavorato: i frati, gli operai, gli scalpellini, i mastri d'ascia e
don Raffaele Misefari che aveva dipinto due begli affreschi sul soffitto, uno
raffigurante il passaggio del Mar Rosso, l'altro la caduta della manna nel
deserto. Francesco, anche se era riconoscente a tutti per il lavoro compiuto,
amava spesso ricordare come il vecchio ciuco fosse colui che più di tutti aveva
contribuito all'edificazione della chiesa. Spesso lo accarezzava dicendo:
«Povero Ciccio, sulla tua schiena sono passate tutte le pietre del convento!».
Dal canto suo anche il ciuchino si rendeva conto che quell'uomo dalla lunga
barba doveva essere un po' speciale e ogni volta che al pascolo trovava delle
belle piante, di cardo selvatico, era convinto che doveva trattarsi di un
miracolo del frate. Francesco aveva un solo cruccio: il campanile della chiesa
era vuoto e inutile perché mancava la campana. La fatica di tutti, uomini e
animali, aveva fatto edificare quella chiesa pietra su pietra; ma per la campana
era diverso, ci volevano soldi per comprare il bronzo e l'argento, e soldi per
costruirla. Cos'era però una chiesa senza una campana, senza quella voce che
suonasse l'Angelus al mattino e l’Ave Maria alla sera? Pensa e
ripensa si ricordò di un tale mastro Piterru famoso mastro campanaro che fondeva
campane in tutto il regno; decise così di mettersi in cammino e chiedere a
quest'uomo la carità del lavoro. Dopo qualche giorno di cammino giunse alla
bottega dell'artigiano che, ancora tutto sudato, aveva appena tolto la
terracotta da una campana magnifica tutta decorata all'esterno da figure di
santi. Dopo averlo salutato Francesco disse: «Ho bisogno di una campana». «Io
faccio questo mestiere, dammi il denaro e avrai la tua campana!», rispose
mastro Piterru. Francesco gli spiegò che era povero e non aveva soldi per
pagare, era andato da lui sperando di toccargli il cuore e di ricevere la
campana come dono. L'artigiano si adirò urlando a gran voce che una campana
costava più di mille ducati. Il frate ascoltava in silenzio le parole dell'uomo
che dalla rabbia era passato allo scherno tanto che, a un certo momento, per
spirito o per motteggio disse: «Io la campana tè la faccio, ma tu devi essere
capace di portarla via da solo. Se fai questo te la darò senza denari: anzi, se
vuoi prendi questa che è già pronta per la chiesa di un'altra città!». «Dio sia
lodato!», disse frate Francesco e, dopo aver fatto il segno della croce, si
tolse il cordone del saio e si avvicinò alla campana. Mastro Piterru prese a
ridere sguaiatamente beffandosi del povero frate, ma Francesco non lo ascoltava.
Con i suoi modi mansueti si avvicinò alla campana, annodò il cordone intorno al
suo gancio e poi disse: «Jamunindi!» (andiamocene) e la trascinò via
senza sforzo, come fosse un fuscello. A quel punto il campanaro cominciò ad
urlare: «Accorrete, accorrete, il diavolo si porta via la mia campana!».
Molta gente si avvicinava per le strade inginocchiandosi al passaggio di
Francesco che aveva un sorriso e una parola buona per tutti. La chiesa ebbe così
la sua campana e la sua voce veniva ascoltata per tutta la valle.
I prodigi di un frate. A San Marco Argentano Francesco stava servendo una funzione religiosa quando si accorse che mancava il fuoco per l’incensazione dell’altare. Corse in cucina senza turibolo, prese con le mani le braci accese e le pose sul lembo della tonaca. Di ustioni nemmeno la più lieve traccia.
L’acqua della cucchiarella. Gli operai del convento mormoravano perché mancava l’acqua potabile e non trovavano agevole scendere al torrente per dissetarsi. Il santo a quel punto percosse con un bastone la roccia da cui scaturì una fonte che tutt’ora zampilla: l’acqua della cucchiarella
La consapevolezza della presenza divina. Era l’anno 1454 quando Francesco arrivò, tra le più entusiaste acclamazioni del popolo a Paterno Calabro, un piccolo paese distante un’ora di viaggio da Cosenza, per costruirvi un nuovo convento per i suoi frati. Anche a Paterno, come a Paola si moltiplicarono i prodigi a favore di infortunati sul lavoro, di umile gente e di benefattori. Tutti i bisognosi andavano da Francesco che offriva a tutti la sua fiamma della carità. A Paterno Francesco fu accusato da un predicatore di essere un ciarlatano e un impostore, ma quando si trovarono faccia a faccia il predicatore, come fosse improvvisamente illuminato dalla consapevolezza di una presenza divina, si inginocchiò e gli baciò i piedi.
EPILOGO DEI MIRACOLI NARRATI.
Consideriamo non soltanto i miracoli di ordine materiale, ma
anche quelli di ordine spirituale dell’apostolo Uomo di Dio Francesco: il fuoco
della fornace per cuocere la pietra calcare, mentre ardeva da molto tempo e
andava in rovina. L’uomo di Dio vi entrò e la riparò, molte volte, poi, portò a
lungo tra le sue mani, senza minimamente scottarsi, carboni ardenti, olio
bollente e acqua bollente. Questo dimostra la sua innocenza. Naviganti,
in punto di naufragare, invocandone il nome e accendendo alcune candele
benedette da lui, videro calmarsi completamente il mare. Questo dimostra la
sua grande potenza. Molte persone, malate di malaria, di peste, di febbre e
di altre svariate infermità pericolose e contagiose, furono da lui risanate.
Donne sterili concepirono e partorirono figli: maschi e femmine. Lebbrosi e
malati di piaghe purulente e incurabili vennero da lui curati e
risanati. I muti parlarono. Fastidi di malattie, ulcere, fistole alle gambe
e in altre parti del corpo, con le sue preghiere furono curati e sanati. In casa
do necessità moltiplicò, in grande quantità, il pane e il vino. Fece camminare
speditamente i paralitici. Fugò e cacciò dai corpi umani i serpenti naturali e
anche i diavoli dell’inferno. Resuscitò i morti, i quali, usciti fuori,
parlarono, camminarono, bevvero e mangiarono, continuando per grazia di Dio a
vivere, poi, per molto tempo, invocando l’aiuto del Santo. Candele da lui
benedette, gettate in abitazioni che ardevano ed erano già in parte consumate,
fecero cessare il fuoco e spegnere l’incendio. Povere donne, in preda alle
doglie, partorirono felicemente. Molti uomini in gravi pericoli, per terra e per
mare, furono salvati perché soccorsi dalla sua preghiera, dai suoi meriti, dai
rosari, dalle candele da lui benedette, dai cingoli ed altre devozioni da lui
donate. Similmente, dette candele, fugarono tuoni e tempeste. Alcuni parlando
con lui, altri raccomandandosi alle sue preghiere, altri portando addosso
qualcosa data da lui, altri ancora avendo speranza e fiducia in lui, furono
preservati da molti pericoli e momenti critici di guerre e battaglie, per terra
e per mare, in carcere ed in ogni altra tribolazione. Molti, per mezzo suo,
furono arricchiti di grandi virtù, nobilitati da buoni costumi, si pentirono dei
loro peccati e furono così ricondotti nella via della salvezza. Operò
innumerevoli prodigi nelle creature, oltre le forze della natura. Da ciò
appare che la potenza di nostro Signore era nel suo Servo. Quanti sperano e
confidano in lui, e quanti ogni giorno, in cose necessarie alla loro salvezza,
gli affidano i loro affari ad onore di Dio, trovano nelle sue preghiere la
grazia e la salvezza. Coloro i quali hanno sperimentato la sua protezione
l’hanno riconosciuta valida al di qua e al di la dei monti, in diverse nazioni.
Da ciò si vede che Dio opera tutto per un bene superiore. Possiamo
ritenere fondatamente che egli possedeva la virtù della profezia, avendo
rivelato e predetto molti eventi futuri; prevedendo le tribolazioni e le
afflizioni pronte a piombare sulla Chiesa, e quelle addirittura imminenti (come
guerra, fame, morti) per cui pianse spesso teneramente. In tutte le sue attività
cercava solo la gloria di Dio e la salvezza dei poveri peccatori. Aveva grande
compassione dei tanti infelici, in preda ad afflizioni fisiche e morali. Fu
degno di lode nella sua infanzia, caritatevole nella sua adolescenza, degno di
onore nella sua giovinezza e molto amabile nella sua vecchiaia, vegliando in
ogni tempo, facendo penitenza per novant’anni.
Il 2
aprile del 1507 morì alle 10 del mattino, aveva 91 anni.
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